Copertina Lui: “Giacomo Polverari”

“Parlate delle mie capacità, ma non del mio aspetto”

Anima dalle mille sfumature, ha una personalità poliedrica e camaleontica: “Le persone mi definiscono un ossimoro” ci dice. Giacomo ha intrapreso velocemente la carriera di modello sfilando per i più importanti marchi, finché alla macchina fotografica ha preferito la telecamera, tornando a coltivare quella passione che lo accompagna fin da piccolo, quando insieme al padre si sedeva davanti al grande schermo con i pop corn in mano. Ora in quello schermo è pronto per andarci lui.

Di Beatrice Gentili

Come inizia la storia di Giacomo Polverari?
Ero un bambino con una grande passione per il cinema, talmente grande da spingermi a coltivarla scegliendo di proseguire i miei studi liceali in una scuola di cinema. Mi sono diplomato come operatore audiovisivo, ma crescendo mi sono accorto che passare la vita dietro una telecamera non era la mia vocazione e allora l’ho semplicemente girata verso di me e ho cambiato prospettiva. Così mi sono iscritto a un’accademia di recitazione, dove mi sono diplomato tre anni fa. La cinepresa si è poi trasformata in una macchina fotografica e di nuovo in una telecamera, che continua a cambiare aspetto continuamente in questi anni.
Com’è arrivata la moda?
Per caso, incrociando la strada di un ragazzo che di tendenze ne sapeva molto poco. Ho sempre avuto uno stile tutto mio, lontano dalla moda del momento, e spesso venivo anche giudicato per come mi vestivo. Avevo diciassette anni quando entrai all’interno della mia prima agenzia, ma le vere occasioni si sono presentate nel 2017, quando mi sono trasferito a Milano. Lì la stravaganza ti rende riconoscibile: non ci sono limiti.
Modello per Emporio Armani, Dolce&Gabbana, copertina della rivisita l’Officiel: un bel curriculum per un ragazzo di poco più di vent’anni…
È stato un anno pieno di soddisfazioni, ma è stato proprio su quelle passerelle importanti che ho capito che la moda non sarebbe stata la mia casa. Quando mi trovavo a New York per un viaggio di lavoro legato a un evento di Dolce&Gabbana al Rockefeller Center, vedevo tutti i miei colleghi entusiasti di poter sfilare con New York ai loro piedi in piena notte. Avrei dovuto godermi quel momento con tutta l’energia che avevo in corpo – mi trovavo nel paese dei balocchi – eppure tutto quello che mi interessava e mi emozionava era passeggiare per New York e guardare i set dove avevano girato i miei film preferiti. Quando sono tornato a Milano ho fatto le valigie, sono rientrato a Roma e sono tornato a concentrare tutte le mie attenzioni sulla recitazione. La moda è rimasta in secondo piano ma la passione per la fotografia è rimasta una costante e scatto per modelle e personaggi importanti.
Quanto è stato d’aiuto avere un’immagine di spicco nel reinventarti attore?
Nell’ambito attoriale si corre il rischio di essere etichettati. Ti prendono in considerazione, ma poi ti affidano quelle parti che ti fanno sentire limitato: il bravo ragazzo, il principino. Per chi come me è affascinato dal ruolo del cattivo, a cui piace essere anche truccato e imbruttito per cambiare immagine, la strada si fa in salita. Spero di poter diventare un attore affermato: non aspiro ad essere famoso, ma a essere bravo. Preferisco si parli di me come un bravo attore piuttosto che come un bel ragazzo.
Tra cinema e teatro, dove hai trovato la tua dimensione?
Nel cinema, ma non per questo voglio trascurare il resto. Si tratta di due modi di recitare molto diversi: nel teatro entri in un personaggio e lo mantieni fino alla fine della performance, invece nel cinema le scene sono separate, ciak dopo ciak. Nel teatro vivi dell’energia del pubblico, mentre sul grande schermo ti godi la possibilità di partecipare a dei progetti che ti portano in posti sempre nuovi, con effetti speciali.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Sto lavorando ad alcuni cortometraggi e lungometraggi, ma nel frattempo continuo a coltivare un’altra delle mie passioni: la scrittura. Scrivo sceneggiature, monologhi ma anche poesie. Un piccolo sogno nel cassetto sarebbe quello di pubblicare un libro. Mi piace l’arte in tutte le sue forme e a volte dipingo usando lo stile “action painting”, rivisitato in modo personale.
Cos’altro nascondi nel cilindro?
(Ride, ndr). Ho semplicemente molte passioni, ma quella per la scrittura è nata più che altro come un’esigenza. Non mi sono mai sentito compreso fino in fondo, forse proprio per tutti questi lati apparentemente diversi della mia personalità: le persone che mi conoscono mi considerano un ossimoro. Per qualcuno ho un aspetto che va in contrasto con la mia anima, e anche io stesso, a volte, faccio fatica a comprendermi, perché ho una vita piena di antitesi. Mettere nero su bianco i miei pensieri mi ha sempre aiutato a rimetterli in ordine, a trovare le parole giuste. Per questo porto con me sempre un taccuino.
Se dovessi scrivere di te cosa diresti?
Ho scelto un nome d’arte a venire in mio aiuto. È “James Prokofiev Schultz”, che racconta le tre sfumature della mia personalità: l’eleganza che gli altri vedono, la follia – con il richiamo al compositore russo di musica classica – e l’imprevedibilità che mi contraddistingue, che si cela dietro il richiamo al dottor Shultz, un personaggio del film Django. E presto potreste sentir parlare di me proprio sotto questo nome (sorride, ndr).

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