EVENTI&FRIENDS: “Edutainment Time”

“I bambini ci fanno crescere”

 

Edutainment; come si traduce? Io tradurrei con “l’arte di far imparare ai bambini le cose serie, quelle importanti, quelle per affrontare la vita senza annoiarli”. Di più: farli imparare facendoli ridere. Sbagliando s’impara? Ridendo s’impara prima e meglio. Mi son buttato anima e corpo in questo progetto appassionante. Appassionante e difficile, motivo per cui ho chiesto aiuto a Enrico Brignano.

 

Di Roberto Fantauzzi

 

Il “grande” in cattedra e il “piccolo” sotto, a testa china. L’adulto parla, dispone, ordina, spiega; il bambino ascolta con gli occhi bassi e fa cenno di “sì” con il capo, come a dire “Va bene, ho capito, farò come dici…”.

Sì, farò come dici. Sì, ho capito. Poi succede (succede sempre o quasi sempre) che non ha capito; oppure ha capito ma non troppo. Ancora: ha capito ma non ritiene giusto obbedire, perché non comprende il motivo per cui dovrebbe fare questo e non quello, perché andare lì e non andare là…

L’adulto parla atteggiandosi a docente. Il “discente” però è un bambino. Un bambino che capisce ma che – spesso e volentieri – preferisce altri linguaggi, altre “lezioni”. Via la lavagna, bando alle parole difficili, alla voce impostata, alle definizioni buone per chi siede sui banchi del liceo. I bambini no. I bambini imparano meglio con il gioco, ascoltano e capiscono al volo, più che le parole, il linguaggio del corpo. Il corpo, il sorriso, le smorfie… Noi non lo sappiamo (o forse lo abbiamo dimenticato, seppellito sotto le troppe pagine dei nostri calendari) ma una nostra strizzata d’occhio, un mezzo sorriso o una risata fragorosa sono, per loro, un racconto, una storia, insomma qualcosa di molto più grande, molto più lungo di un discorso pronunciato dall’alto di una cattedra qualsiasi.

Parlare e giocare; giocare per parlare, per insegnare. Qui sta il punto; qui sta il difficile. Ma si può fare. Si deve.

Insegnare cosa? Insegnare, per esempio, a non maltrattare l’ambiente. L’ambiente, per i nostri “cuccioli”, altro non è che un’immensa sala giochi. Si gioca per vincere e per perdere; quando si perde si può anche piangere. I bambini lo sanno benissimo: sanno che i “grandi” ogni tanto fanno fatica, ogni tanto si arrabbiano, si stancano, litigano e vorrebbero gettare la spugna. Sanno, insomma, che la vita, crescendo, può essere anche faticosa. Tuto questo lo sanno, certo. Ma sono comunque convinti (anche noi dovremmo esserlo ma talvolta, ripeto, lo dimentichiamo) che la vita anche a vent’anni, a trenta, a ottanta è pur sempre una “partita” dove oggi vinci, domani pareggi, dopodomani vai “sotto” di brutto ma poi c’è sempre qualcuno che allunga un braccio per aiutarti a rimetterti in piedi. Ti aiuta e magari ti deride, ti prende un po’ in giro; allora cominci a ridere anche tu, poi si uniscono tutti in una fragorosa, interminabile risata e si torna in campo. Il campo, cioè quella grande palla sospesa nello spazio fatta di terra e di acqua su cui corriamo avanti e indietro. Il nostro mondo. Mondo da curare e da… coccolare.

Come si fa? Si fa, per esempio, con le famose Cinque R: Riduzione, Riuso, Riciclo, Raccolta, Recupero. Vogliamo parlarne ai bambini? Certo che sì, ma cominciando da dove? Quali parole? Quali schemi?

Niente schemi, niente parole: i bambini amano agire, muoversi, correre, toccare. Ancora una volta, giocare. Sono monotono? Batto sempre sullo stesso tasto? Sì, e lo faccio di proposito. Perché gli altri “tasti” li lascio a loro, ai più piccoli. Li lascio a coloro che, ascoltando noi, imparando da noi, ci insegnano – da che mondo è mondo – a crescere. Loro imparano e noi cresciamo. Ma come, non siamo già cresciuti? Apparentemente sì, ma non troppo. Ce lo dicono loro, ce lo dicono i bambini. E ci tocca ammetterlo e gridare: “Va bene, abbiamo capito; va bene, cercheremo di fare come dite voi…!”.

 

Dicevo le Cinque R; dicevo dell’ambiente, della sana alimentazione. Cosa mangiamo, dove sbagliamo? Cosa mangiano, e come, coloro che abitano le altre “facce” del grande campo-mondo? Le risposte a tutte queste (e tante altre) domande sto, stiamo provando a darle grazie ad un progetto messo in piedi con il Comune, coinvolgendo le scuole di Roma (le scuole? I bambini che ci sono dentro!). Una serie di eventi, di incontri, anche con esperti, per parlare di mille argomenti. Parlare per imparare a crescere; e si cresce – insisto – solo imparando a mettersi in gioco. Sono terribilmente monotono; so che, leggendo, avete quest’impressione. Ma io insisto anche perché – forse in tanti abbiamo dimenticato anche questo – ai bambini piacciono molto pure i “tormentoni”.

Una serie di eventi, quindi; una serie di incontri con esperti ma anche con chi, pur non essendo propriamente uno “scienziato”, sa fare qualcosa che per i più piccoli – ma anche per noi “over” – è ampiamente formativo, importante, indispensabile; sa farci sorridere e poi ridere; ridere a crepapelle ma anche pensare, riflettere, fermarsi per guardarsi dentro. Nome: Enrico Brignano, che ci accompagna, e ci accompagnerà, lungo tutte le fasi di questo “viaggio”. Il viaggio (o il gioco?) durerà cinque anni. Un primo “assaggio” c’è stato lo scorso 6 ottobre presso l’Istituto Comprensivo A. Manzoni di via Lusitania. L’incontro ha coinvolto tanti altri “cuccioli” grazie alla diretta streaming, modalità che seguiteremo ad utilizzare nei prossimi appuntamenti.

Tutto questo per insegnare ai piccoli a crescere e a noi “grandi” a smettere di dimenticare; dimenticare che il gioco, il sapersi mettere in gioco, è l’unica strategia per non perdere la bussola e per non perdere la… partita.

Dicevamo – dicevo – Brignano. Enrico lo conoscete, lo conosciamo. Simbolo di romanità, figura poliedrica (comico, attore, doppiatore) in grado di raggiungere un pubblico trasversale. Insieme a sua moglie Flora Canto sarà l’“ambassador” ideale per questo viaggio, questa campagna informativa ma soprattutto (repetita iuvant) ludica.

Lo sappiamo tutti ma lo dico ugualmente poiché ho deciso (e l’avete capito, dopo tutto questo inchiostro che vi siete “bevuti” fino a qui). Sappiamo che l’arte di far ridere è la stessa capace di farci piangere, di pensare, di intuire soluzioni, strategie, progetti. Poi sognare e rigirarsi nel letto ancora ridendo fino alle lacrime. Tutto questo succede con Brignano così come succedeva con il principe De Curtis, con Albertone, con Troisi, con Benigni… Succedeva, succede e succederà perché ridere significa soprattutto ridere di noi stessi; dei nostri tic, delle nostre paure, dei nostri inciampi e delle cadute rovinose. Cadere, deriderci e farci deridere. È l’unico modo per rialzarsi più forti, più energici di prima.

Nell’incontro del 6 ottobre c’era anche (ci sarà ancora nelle prossime date) la nostra mascotte Romano, il Broccolo Nostrano (interpretato da un attore che ne vestiva i panni). Romano, insieme a tanti altri esperti hanno parlato – e ci parleranno lungo tutta questa lunga avventura – di cibo, di acqua, della terra con la t minuscola e di quella con la T maiuscola, cioè la grande palla di cui sopra che calpestiamo giorno per giorno e che, però, non sempre è contenta di essere… presa a calci.

La grande palla, se presa per il verso giusto, è ben contenta di giocare con i piccoli e i grandi. Giocare e “raccontarsi” attraverso video tematici (spesso condotti dallo stesso Brignano e da Flora), podcast, cartoni animati, seminari multimediali…

 

Edutainment Time: è ora di imparare; imparare a spiegare ai più piccoli e imparare, da loro, che spesso nascondersi, dissimulare, trattenere un sorriso o una lacrima non conviene. Non conviene a noi, non conviene a chi ci sta vicino né a chi abita dalla parte opposta della “Grande Palla”.

 

Lascio le ultime gocce di questo fiume d’inchiostro a Enrico Brignano.

Pensi che far ridere un bambino tentando di insegnarli valori importanti sia davvero la nuova frontiera dell’educazione?

“Credo che sia una modalità neanche tanto nuova e rivoluzionaria, ma di certo la più efficace. Imparare divertendosi è piacevole per i bambini, che non si annoiano, e stimolante per gli adulti, che possono mettere da parte per un po’ gli abiti seri della quotidianità per inventare modi sempre diversi per comunicare con le nuove generazioni. Sempre col sorriso”.

Ti divertirebbe, in una fiction, interpretare il maestro di tua figlia?

“Sarebbe bello ma anche estremamente impegnativo, perché mia figlia è una “signorina precisetti”, se dico qualcosa di sbagliato mi corregge. Ha solo 5 anni e mezzo, ma usa i congiuntivi meglio di me… sai che sudata, una scena con lei?”.

Per uno come te, abituato a platee “adulte”, che effetto fa parlare ad un pubblico altrettanto numeroso ma composto unicamente da bambini?

“Devo confessarlo: prima di entrare in scena ero un po’ inquieto. Non ero certo di riuscire a trovare la sintonia giusta con i bambini; mi chiedevo quanto avrebbero colto delle mie battute, se sarei riuscito a parlare nel loro modo, a far arrivare i concetti… invece sono stati attentissimi, partecipi… hanno riso! E questo mi ha rincuorato: essere ancora capace di ritrovarmi io stesso bambino tra i bambini, anche se con la consapevolezza dell’adulto, a scherzare con le parole insieme a loro significa non aver perso l’essenza intima del mio mestiere: la voglia di giocare”.

 

 

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