PROTAGONISTI: “Luca Ward”

Luca Ward, la voce dello spettacolo

Figlio d’arte, italiano ma non troppo (qualche volta il Belpaese gli sta assai stretto), attore teatrale, televisivo, cinematografico e – soprattutto – doppiatore: ha prestato la voce a Hugh Grant, Russel Crowe, Antonio Banderas, Andy Garcia, Matt Dillon… La storia recente del cinema passa dalle sue corde vocali. Ora, però, ascoltiamo un’altra storia: la sua.

Woody Allen noi, dall’altra parte dell’Atlantico, lo ascoltavamo per bocca “differita”. La bocca era quella di Oreste Lionello. Cosicché, sentendo parlare l’Allen “originale” (in inglese) ci dicevamo: “Sembra un po’ Lionello…!”.

Essere, apparire, sembrare. Il bravo attore piange per “mestiere” ma piange, anche, perché si è calato completamente nel personaggio. L’attore deve saper sorridere, deve saper fare l’espressione spaventata e quella della contentezza. Poi la parola: l’attore parla. E se parla “straniero” c’è qualcuno che deve tradurre; ma il dizionario non basta: bisogna tradurre le emozioni, gli spaventi, la rabbia, le pause… E bisogna, soprattutto, entrare nel personaggio passando dall’attore: non sono Russel Crowe ma faccio Russel Crowe; Russel Crowe però adesso non è Russel Crowe, è il gladiatore. Ecco, io faccio Russel Crowe che fa il gladiatore. Io sono la voce, e non è poco: è quasi tutto.

Se poi Russel Crowe, ascoltando il suo “doppio”, non si piace… Beh, arrivederci e avanti un altro.

Funziona così fin dalla notte dei tempi. “Il doppiaggio – mi dice Luca – è di gran lunga il mestiere più difficile. Altro che il palcoscenico, altro che il set: quelle, in confronto, sono passeggiate.”.

Dai, non scherziamo…

“Non scherzo affatto. Il doppiaggio è tosto, ti tremano le gambe; tremano molto più lì che non sul palco con cinquecento persone che ti guardano. Parola mia e parola – anche – di Toni Servillo. Ti basta?”.

Luca Ward, figlio d’arte (il padre Aleardo è stato attore di teatro, cinema e Tv), “fratello d’arte” (Andrea e Monica, fratello e sorella, fanno lo stesso mestiere) e pure “padre d’arte” (sua figlia Guendalina è doppiatrice) è nato a Ostia nel 1960. Romano di Roma? Nome (cognome) d’arte? Romano sì, ma il cognome è quello di suo nonno William Ward, comandante della US Navy. Quando William morì la moglie si risposò con Carlo Romano di professione… doppiatore; e ci risiamo.

Hai “respirato” questo mondo fin dalla nascita. Quindi non hai mai avuto dubbi sul tuo futuro?

“Tutto il contrario, un sacco di dubbi. Il mondo dello spettacolo, il cinema, la tv, il teatro – a dispetto delle apparenze – non è facile. Soprattutto, a parte le debite eccezioni, a parte le star, non si diventa ricchi. Passano settimane, mesi, semestri senza una telefonata, una chiamata per una particina, una comparsata… quand’ero ragazzino (Anni ’60, ’70) il cinema, lo spettacolo lo facevano i soliti noti: Sordi, Manfredi, Gassmann, Tognazzi, Vitti… Poi c’erano tutti gli altri; decine, centinaia di uomini e donne un giorno in prima fila, sotto i riflettori, e il giorno dopo chiusi in casa ad aspettare lo squillo del telefono. No, non ero per niente convinto, tanto che mi sono gettato su ben altri mestieri: ho fatto il bagnino a Ostia e ho fatto anche il camionista”.

Sì, Luca ha fatto il camionista; a diciannove anni attraversava l’Europa su quei bisonti della strada che macinano chilometri di giorno, di notte, sempre. Nonostante fosse stato in tv già in tenera età (nel 1963, a tre anni, e nel 1966 con “Il Conte di Montecristo”).

Tra un viaggio e l’altro durante una pausa caffè (siamo nel 1980) da Rosati a piazza del Popolo, s’imbattè in una vecchia conoscenza, Pino Locchi, voce italiana di Sean Connery, che gli disse: “Sei matto? Lascia il camion, la tua strada è un’altra, la tua strada è già tracciata…!”.

La strada, sì; non più quella d’asfalto, non più il volante. Dal volante al microfono. La voce. La voce dello spettacolo, del cinema, delle emozioni.

“Un po’ dubbioso, lo seguii… ”.

Già, l’hai seguito. Non è stata una gran camminata, Locchi ti ha portato nello studio doppiaggio di via Margutta. Quattro passi a piedi, niente autostrada, niente rimorchio e luci d’ingombro. Così hai ricominciato; ricominciato con il doppiaggio, con il cinema, il teatro e la tv. Tutta discesa?

“Macché discesa: del doppiaggio ho già detto che è un lavoro duro, difficile, dove devi metterti sempre in discussione. Non finisce qui: se fai il doppiatore sei “la voce di” e i registi non sempre ti vogliono come attore. È capitato anche (nello sceneggiato “Centovetrine”, NdR) che il pubblico, vedendomi, non si rese conto che quell’attore era Luca Ward, cioè io. Riconobbero la mia voce e pensarono, semplicemente, a un mio ennesimo doppiaggio”.

Ma tant’è: Luca ha lavorato tanto alla console e altrettanto sul palcoscenico e sui set cinematografici e televisivi. Qualche porta in faccia l’hanno sbattuta anche a lui, certo. Ma questo vale per tutti e per tutte le professioni.

Consiglieresti a chi ha vent’anni oggi il tuo stesso percorso?

“Sì e no. Sì, perché è un bellissimo lavoro; no, perché può succedere che la ricreazione duri troppo e non è detto che suoni la… campanella”.

Con la pandemia l’arte, la cultura, lo spettacolo hanno abbassato le serrande. Il pubblico è in astinenza e i lavoratori del settore sono in ginocchio. Era davvero necessario?

“Fossi stato io nella “stanza dei bottoni” non so come avrei agito. Certo è che il disastro, sanitario ed economico, è sotto gli occhi di tutti. Ma tutto questo non nasce solo dall’emergenza Covid: nasce da un Paese, il nostro, che segna il passo da troppo tempo. Segna il passo la politica, segna il passo la burocrazia, la scuola… Ecco, pensiamo alla scuola: tutti d’accordo, dai palazzi del potere fino all’ultimo bidello, che deve restare aperta. Ma aperta come? Le avete guardate bene le nostre scuole? Le aule fatiscenti, i professori perennemente precari, i soffitti che crollano…? Non basta “tenere aperto”. Bisogna anche aprire gli occhi, pagare i professori molto di più, investire risorse, ripensare la didattica.”.

Il nostro, quindi, non è un Paese per giovani…

“No, non lo è. Né per chi ha vent’anni né per chi ne ha dieci. A parte Guendalina, ormai grande, ho un bambino di tredici anni e una bambina di undici (avuti da Giada Desideri, sua attuale compagna, NdR). Ebbene, mi spiace dirlo ma la scuola, la società, il mondo che gira loro attorno non è il massimo. Prendiamo la didattica a distanza: in campo informatico l’Italia è all’anno zero, un disastro. Lo scorso anno scolastico è stato letteralmente cancellato. Perché la scuola non è solo nozione, cultura, diploma. La scuola è confronto, scambio, vita in comune. Anche per questo quando mi hanno proposto di fare uno spot nel quale avrei dovuto pronunciare il famigerato slogan: “Andrà tutto bene”, mi sono categoricamente rifiutato: tutto bene che? Ma vi siete guardati attorno? Diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche, cambiamo rotta al più presto. Solo così, solo dandoci una mossa potremo gridare che andrà bene”.

Cosa vuol fare Luca “da grande?

“Non ho particolari sogni, va bene così. Mi piacerebbe vedere i miei figli con le nuche imbiancate; anche per stare in compagnia: l’anno scorso, soffiando sulla sessantesima candelina, un po’ di magone l’ho avuto…!”.

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