PROTAGONISTI:”Giuseppe Cicero”

Giuseppe Cicero, il dottore in 3D

 

La dimensione del successo; un successo che può arrivare prima dei trent’anni. Accade, è accaduto a Giuseppe Cicero, ventotto primavere alle spalle, “padre” di Oral 3D, tecnologia (e start-up) per stampare modelli tridimensionali del cavo orale partendo da una tac o da una radiografia.

Si scrive Paradontologo e si legge tenace, appassionato, entusiasta.

 

Essere “under trenta” e basta; oppure essere uno dei trenta personaggi under trenta (chiediamo perdono per lo scioglilingua) più influenti secondo Forbes.

Ventotto anni, tra poco ventinove, d’accordo, ma siamo ancora nel “pianeta under”. Giuseppe la sua passione l’ha coltivata in casa (o, meglio, in studio): trascorreva pomeriggi interi ad osservare il padre odontoiatra (che tutti chiamiamo dentista) e alla domanda “Cosa voglio fare da grande?” aveva, fin da piccolo, la risposta pronta.

Passeranno un po’ di anni; anni di studio, di sacrificio, di impegno e – anche – qualche porta chiusa. Ma lasciamo a lui la parola.

“Da quando avevo quattordici anni – esordisce Giuseppe – mi appassionai all’odontoiatria e trascorrevo ore, giorni ad osservare mio padre. Finita l’adolescenza (o quasi) tentai il test per entrare a Tor Vergata (odontoiatria e medicina, come si sa, hanno il numero chiuso). Sacrificai ben due estati sui libri per prepararmi al famigerato questionario; furono estati ben spese, superai il test per Medicina e per Odontoiatria. Ancora libri, ancora lunghe stagioni di studio durante le quali mi appassionai alla parodontologia, una branca dell’odontoiatria che si occupa dei tessuti “duri e molli” del cavo orale: dalle gengive alla rigenerazione ossea, all’implantologia dentale … Durante il quarto anno accademico ottenni una borsa di studio per andare a Valencia per frequentare un reparto di chirurgia orale per un anno. E qui la passione per quello che faccio oggi, lo confesso, divenne tantissima…!”.

Fare le valigie. Viaggiare, muoversi, non aver paura di lasciarsi alle spalle le proprie radici, il proprio mondo… È la prima regola per andare avanti?

“È certamente una delle prime: bisogna guardarsi intorno, uscire dal “guscio”, mettersi in cammino e affrontare – da soli – le difficoltà, le battute d’arresto, gli imprevisti. Per questo ben venga Erasmus, ben vengano lo studio delle lingue straniere, la voglia di viaggiare, di allontanarsi per mesi, per anni. Chi si illude di nascere, crescere e morire senza mai lasciare la propria città (o addirittura il proprio isolato) è fuori strada, fuori tempo. Viviamo da anni in un villaggio globale, i “quartieri” si allungano da un Continente all’altro. L’Italia? Ci si può tornare, come ho fatto io. Non è un Paese “morto” e la crisi economica, alla lunga, sta diventando un alibi; chi innova, chi fa ricerca, chi non si ferma allo status quo può emergere. Quindi tornare si può, ma continuando a viaggiare.”.

Dopo la Spagna gli States, alla New York University.

“Avevo ventitré anni, stavo portando avanti una ricerca sull’uso delle cellule staminali della polpa dentale e il loro utilizzo nella rigenerazione ossea del cavo orale; mi presentai alla New York University (NYU). All’inizio la mia “application” fu scartata, perché troppo giovane; ebbi la fortuna, però, di incontrare uno dei presidi dell’Università di Harvard quel giorno presente alla NYU a cui illustrai la mia ricerca. Questi la giudicò interessante e mi invitò ad Harvard per condividere i risultati del mio studio con gli studenti del corso di Parodontologia. Il secondo colpo di fortuna? Dopo questa presentazione ad Harvard fui invitato alla NYU per fare la stessa presentazione e proprio quel giorno uno dei sei aspiranti allievi della NYU si ritirò e quel posto fu assegnato a me…!”.

Veniamo all’invenzione, al colpo d’ingegno, a Oral 3D: come’è arrivata l’idea? Ha fatto tutto da solo?

Con la mia socia, Martina Ferracane, stavamo cercando un sistema per rendere le radiografie, le tac più tangibili, più reali, insomma avere davanti una copia fedele della bocca dei nostri pazienti per poter toccare con mano, scegliere e programmare nel dettaglio il percorso chirurgico. Operando accade spessissimo che l’intervento, programmato in base a quanto osservato su una TAC aperta su uno schermo del Pc, non si possa eseguire nella realtà o possa essere modificato durante l’intervento perché si pensava di avere per esempio più osso a disposizione; perché la Tac, benché nitida e ben eseguita, ha il solito limite: ha due dimensioni; noi, invece, viviamo, lavoriamo, guardiamo il mondo in 3D.

Ecco l’idea: trasformare la radiografia, la tomografia, da bidimensionale a tridimensionale. Una bocca virtuale ma reale sulla quale poter programmare nel dettaglio l’iter operatorio ed eliminare quasi del tutto l’imprevisto…”.

Domanda impertinente: la tecnologia per la stampa in 3D in campo medico è nata già da qualche tempo… Dov’è, dunque, la svolta?

“Vero, il “3D” esisteva già… Ma per ottenere il modello tridimensionale di una bocca bisognava inviare l’esame radiografico (Tac) ad un laboratorio informatico specializzato, dove i tecnici, i programmatori dovevano “pulire” l’immagine, rielaborare i dati, realizzare il modello e inviarlo allo studio. E qui siamo alla quarta dimensione, importante come le altre tre: il fattore tempo. Bisognava aspettare ore, giorni… Ecco l’idea: un “pacchetto” composto da un software e da una stampante 3D per realizzare in pochi secondi, senza muoversi dallo studio, il modello tridimensionale e poterlo stampare in breve tempo davanti ai nostri pazienti. Si risparmia tempo, risorse e – chirurgia a parte – si comunica con il paziente con la più ampia trasparenza e correttezza; il paziente si “guarda” e lo specialista gli spiega nel dettaglio l’intervento da effettuare. Perché non esiste una terapia, un’operazione, un protocollo chirurgico: esistono “quella” cura, “quella” operazione, “quel” protocollo su misura. Poi l’insegnamento, lo studio: ovvio che il tridimensionale è, per gli studenti, un “libro” molto più chiaro, più reale, tangibile. Oral3D non è complesso, non bisogna essere ingegneri informatici per utilizzarlo: le mie assistenti hanno imparato presto a “manovrarlo”, come si fa con una qualsiasi “App” …”.

E il “pacchetto” oggi lo cedete, lo vendete a studi “terzi”?

“Naturalmente: abbiamo già numerosi “users”; il pacchetto comprende software, stampante e un “corso” introduttivo per impararne l’utilizzo e semplificare l’introduzione di questa tecnologia all’interno degli studi dentistici”.

Giuseppe Cicero lavora in Italia e negli Usa, insegna a Madrid e – confessa – sta pensando da qualche tempo anche a Londra. Sale e scende dagli aerei quasi cento volte l’anno e, quando gli chiedono come faccia a non stancarsi risponde con semplicità: “Credo sia normale che tutti siano stanchi dopo dieci o dodici ore di lavoro al giorno, ma quando si fa con passione e si ama il proprio mestiere la stanchezza diventa secondaria ed entra in gioco l’adrenalina del nostro mestiere che ci dà la carica anche in momenti di stanchezza. Prendo l’aereo tante volte e lavoro come tante altre persone in ufficio, in clinica. Siamo cittadini del mondo, stare fermi non è più possibile…”.

Già, stare fermi non si può, non si deve, nemmeno prima dei trent’anni. Anche la rivista Forbes annuisce, annoverando il dottor Cicero tra i trenta giovani più influenti d’Europa.

Niente male, dottore. Vogliamo parlare, per chiudere, delle difficoltà che ha incontrato, comprese quelle che – per un attimo – la stavano per indurre a gettare la spugna? Infine: la persona, le persone che più hanno creduto in Giuseppe.

“Ho ricevuto qualche “no”, sono incappato in molte porte chiuse; succede a tutti, è successo anche a me. Uno dei momenti più difficili è stato quando non superai a New York l’ultimo dei 5 esami per convalidare il mio titolo di dentista negli Usa; quella volta, per un attimo, stavo davvero per mollare. Chi ha creduto in me? Sicuramente all’inizio il professore di Harvard che incontrai quasi per caso e soprattutto, durante tutto questo percorso, i miei genitori”.

Tutta qui la storia di Giuseppe Cicero, anni ventotto (quasi ventinove). Una storia affascinante, senza dubbio. Una di quelle – tanto per banalizzare un po’ – che ti lasciano a… bocca aperta.

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