RITRATTO DI DONNA:”Catania, Harvard”

 

Catania, Harvard, Roma: come viaggia (e con chi) la biotecnologia

 

Da Catania ad Harvard. Poi di nuovo in Italia, poi si riparte, si passano nottate a “coltivare” tessuti, a rigenerare organi, a ricostruire ciò che si è perduto o – anche – ciò che ci accorgiamo di non avere…

Tutto questo ci racconta la dottoressa – e professoressa e tante altre qualifiche che tacciamo giusto per ragioni di spazio – Cinzia Marchese.

“Sono appena rientrata dall’India, mi chiami alle 10,30”. Ed io, al cospetto di cotanta scienza, alle 10,29 e 56 secondi compongo il numero. Alle 10,30 e 22” mi risponde così: “Eccomi, sono pronta”. Il mio numero non l’aveva in memoria, l’appuntamento era concordato dal giorno prima ma lei non ha dimenticato, sa con chi sta per parlare pur non avendo mai sentito la mia voce.

Se prima ero intimidito, adombrato da cotanta scienza (pardon, l’avevo già detto?), ora sono atterrito: la professoressa cui nulla sfugge, colei che “coltivava” cellule staminali oltreoceano quando da noi, ancora, neppure se ne parlava già sa tutto: chi sono e forse anche da dove chiamo; soprattutto, temo, sa anche le domande che le porrò.

Trascorre un’altra manciata di secondi (ora saranno le 10,31 e 58”) e lei attacca dandomi del “tu”. Io la seguo a ruota e adesso – ore 10,32 e 48” – siamo come due vecchi amici che chiacchierano del più e del meno.

Il dovere mi chiama, mi tocca tralasciare il più e il meno per “raccontare” questa professoressa, questa scienziata, questa donna a chi mi legge. Meglio: lascio a lei la penna (la parola).

“Sono di Catania; lì son cresciuta e lì mi son laureata in Biologia. Dopo la laurea mi son lasciata tutto alle spalle: l’Isola, la famiglia, un fidanzato di solida posizione per volare negli Usa (Harvard) con la mia brava borsa di studio in Biotecnologia. Si era nel 1986 e lì vidi e scoprii laboratori, tecniche, studi che nel Belpaese erano ancora fantascienza”.

La “prof” – dire semplicemente Cinzia non mi viene ancora – mi racconta di quell’ambiente tanto futuribile quanto “chiuso”, addirittura razzista: i ricercatori di colore erano mal visti; quelli che c’erano godevano di una sorta di “quota” obbligatoria per legge (come le nostre quote rosa in politica).

“Una bella ragazza che fa la ricercatrice: anche questo non “suonava” bene: se sei carina devi fare la bambolina; la scienziata carina, anche ad Harvard, non erra contemplata”.

Ma tant’è: la “prof” “dott” Cinzia Marchese rientra in Italia col suo bel bagaglio di ricerca. Passano gli anni, passano le cellule e lei diventa una vera autorità nel campo delle biotecnologie. Docente alla Sapienza e, soprattutto, Responsabile del Servizio di Medicina Rigenerativa all’Umberto I e direttrice del Laboratorio di Biotecnologie Cellulari. Le sue ricerche l’hanno portata, con l’equipe del professor Benedetti Panici, ad eseguire (2007) la prima ricostruzione al mondo di mucosa vaginale autologa. Mai sentito parlare di agenesia vaginale? Per complicare un po’ le cose voglio scrivere per intero il nome di questa patologia: sindrome di Mayer-von Rokitansky-Kuster Hauser. Si tratta di un’anomalia dell’apparato riproduttivo genitale femminile. Crescendo le ragazzesi accorgono di essere prive del canale vaginale. Se ne accorgono per l’assenza del ciclo mestruale; se ne accorgono, poi, perché impossibilitate ad avere rapporti sessuali. Non c’è solo la sessualità mutilata (e l’infertilità), ovviamente: si tratta di una condizione che investe la sfera psicologica, affettiva e molto altro.Dal 2007 la professoressa Marchese ha ridato a tante ragazze la loro naturale fisiologia.

“Prima della ricostruzione delle cellule in vitro – mi dice – il canale vaginale si ricreava prelevando il tessuto mucoso del colon. Un’idea peregrina, poiché la struttura di quel tessuto, gli odori non erano proprio l’ideale…”.

Da quel 2007 Cinzia Marchese ha replicato molte volte quell’impresa. Ora anche in Italia c’è un’Associazione che riunisce le pazienti affette da questa sindrome.

Come nasce la professoressa Marchese? Cosa sognava da bambina, da ragazza? Avevi già previsto il tuo futuro?

“Da bambina forse no. Però con un padre medico (pediatra) che era anche presidente provinciale dell’Opera Nazionale Maternità e Infanzia (ente creato nel Ventennio, precursore dei consultori, che ha proseguito l’attività anche negli anni della Repubblica, NdR) ho “respirato” già in famiglia, in un certo senso, ciò di cui mi occupo oggi”.

Donna e scienziata. Un binomio, ancora oggi, guardato con un po’ disospetto?

“Forse sì. Con gli anni le cose son cambiate, intendiamoci. Tuttavia, se ci pensi, nella sanità, nella ricerca le donne in posizioni apicali sono sempre poche”.

Torniamo alle ragazze, quelle “carine”, quelle che ci si aspetta – ancora – un po’ “bambole”: credi che ci sia il rischio di una “ricaduta” vista la corsa sfrenata al selfie, all’immagine prima di tutto?

“L’importante è darsi da fare: la bellezza, purtroppo, per noi donne talvolta fa ancora la differenza nel mondo del lavoro. Cresceremo. In ogni caso oggi come ieri son necessari sacrifici, studio, forza di volontà”.

Fine dell’intervista. Getto un’occhiata fuori dalla finestra, qualcuno annaffia il giardino; Tra qualche mese verranno le margherite, le rose, insomma qualcuno si occuperà di seminare –coltivare – fiori. Altri, invece, coltivano cellule. Meno profumatema, spesso e volentieri, ben più preziose.

 

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