BRANDO DE SICA: Il coraggio di seguire la propia strada

Per questa uscita abbiamo intervistato Brando De Sica, regista, attore e sceneggiatore romano, formatosi alla University of Southern California, dove si è laureato in Arte e Cinema, con indirizzo regia. Reduce dal successo del suo primo film personale, Mimì – Il principe delle tenebre, che ha ottenuto riconoscimenti in diversi festival cinematografici, è già a lavoro su due nuovi progetti.

Mimì – Il principe delle tenebre è il tuo primo film personale ed è stato un grande successo. Come è nato?

“Mimì è un film che sono riuscito a fare dopo 10 anni, nonostante venga da una famiglia che fa questo mestiere dal 1901. È fondamentale per un regista avere rispetto per sé stesso, prima di pretenderlo dagli altri. Quindi io non ho mai sfruttato la possibilità, che Dio mi ha dato, di essere nato in una famiglia che fa questo mestiere e che io ho scelto per chiamata interiore.

Quando il progetto di Mimì si bloccò, caddi in depressione, è come la morte del tuo primo figlio, il tuo primo amore che brucia davanti a te. Mio padre venne con il progetto di “Amici come prima”, per i produttori molto appetibile, e mi chiese di girarlo. Se avessi messo il mio nome su quel film, avrei potuto avere tutto quello che chiedevo per il mio progetto ma questo non era giusto perché dovevo sbatterci le corna e riuscire a fare con le mie forze la storia che avevo scritto io, il film che volevo fare io.

Quindi non lo firmai per non averne gli onori e poter fare la trafila che ogni regista fa quando ricomincia da capo. Nonostante fosse un horror, il film è stato presentato al Festival di Locarno e dopo premiato a Sitges, il più grande festival horror in assoluto, e poi i Nastri d’argento, Il Noir Festival, al Magna Grecia Film Festival.

Un film molto rock’n’roll, punk, molto difficile ma fatto con tutto il cuore ed è stato una grande soddisfazione. Sono fortunato ad essere figlio di chi sono figlio ma sarebbe male non far tesoro di questa cosa e adagiarmi. L’unica cosa che mi impegno a fare è onorarla.

Mimì – il principe delle tenebre è la storia di un orfano e una scappata di casa che si incontrano e trovano nella fantasia un appiglio per sfuggire ai loro mondi cinici e violenti. Mimì ha i piedi deformi e quei piedi sono, simbolicamente, la ricerca di un proprio equilibrio. Quando i piedi sono ben radicati a terra, la testa non vola via tra i venti delle nuvole.

Penso che l’equilibrio sia l’arma più potente che hanno i giovani d’oggi per attraversare questo mare sempre più in tempesta”.

Quale consiglio daresti a un giovane?

“Più andiamo avanti in questo mondo, più la follia si sta sdoganando. Riesco a capire la difficoltà dei ragazzi, che crescono in un futuro sempre più incerto e precario, dove anche il pianeta Terra è saccheggiato.

Ma, quello che vedo in molti ragazzi, è il ritrovare un nuovo umanesimo. Sono molto più coinvolti nelle cose che li riguardano, vedo con gioia il loro bisogno di esprimersi anche attraverso lo storytelling di YouTube e dei social e nell’informarsi a 360°.

Non mi sento di dare un consiglio ma un incoraggiamento: continuare a farsi domande, continuare a studiare, continuare ad approfondire. Come diceva Giovanni, “la verità ci rende liberi” e la verità, come scriveva Eco, “è nei libri, nei codici cifrati, tra le righe, nei temi”. I libri parlano.

La conoscenza, la ricerca, lo studio, sono atti umili ed empatici che ci migliorano e ci danno gli strumenti per comprendere, per spiegarci e per ascoltare meglio le altre persone.

Un esercizio che non deve essere delegato ad AI e social, schiavi degli algoritmi, che ci restituiscono una realtà manipolata che divide le persone, tornando al “Divide et impera” di Cesare. Dividendo le persone tu le puoi governare, mettendole l’una contro l’altra.

Si creano tifoserie, un pensiero pressapochista, una dicotomia senza sfumature intermedie che i politici, i tiranni, sanno usare molto bene. Penso che una delle cose più gravi nell’attacco alla democrazia, sia il taglio dei fondi alla scuola che crea nuovi sudditi. Lo studio è fondamentale”.

Ci vuole coraggio, oggi, a stare al mondo?

“Ci vuole sempre coraggio, da quando nasciamo. Noi nasciamo urlando e piangendo. In ogni frontiera che attraversiamo, ogni viaggio che facciamo, c’è sempre un pizzico di piccola o grande paura.

Il coraggio è fondamentale, è la contromisura applicata alla paura. La paura può invaderti o annichilirti ma può essere anche la benzina che muove la tua volontà verso la traiettoria del tuo sogno.

C’è qualcosa che ha cambiato la mia vita, lo dico come esperienza personale, ho visto un notevole e decisivo cambiamento in me, da quando ho trovato la persona giusta con cui fare yoga, meditazione e analisi. Queste tre cose insieme, fatte con serietà, sono strumenti preziosissimi per ritrovare la lucidità e l’equilibrio necessari per affrontare i continui terremoti della vita”.

Come sei approdato all’horror?

“È stata una via di fuga che mi ha permesso di familiarizzare con il mio lato ombra.

Da bambino ho subito esperienze di bullismo, mi sono sentito diverso, e nel “mostro” trovavo una simpatia che non trovavo nell’apparente normalità che mi veniva suggerita.

Noël Carroll, nel libro “La filosofia dell’horror: ovvero i paradossi del cuore”, parla dell’esperienza di guardare un film horror come una sorta di rito collettivo per esorcizzare le proprie paure.

Sottostare a questo tipo di esperienza orrorifica, identificandosi con l’eroe protagonista, consente alle persone di attraversare e ammaestrare la loro paura.

I film horror sono delle medicine per empatizzare, per ascoltare, per sensibilizzare di più le persone verso quello che rifiutano, non accettano, non comprendono. Questo ci permette di evolvere”.

I tuoi nuovi progetti sono sempre sulla scia dell’horror?

“No, sono due lavori molto diversi. Uno è una favola, senza paragoni ad un genio, alla Frank Capra.

L’altro, invece, è un thriller che prende spunto da fatti nerissimi della cronaca italiana. Dopo un’amicizia di più di vent’anni con Michele Giuttari, stiamo lavorando, insieme a Ugo Chiti, a rielaborare in chiave fantastica la storia del Mostro di Firenze.

Mi piace spaziare nei generi e sperimentare con questi e penso che la diversità sia fondamentale per la crescita di ognuno di noi. Se queste cose vengono fatte con cuore si ritroverà sempre un filo di Arianna, un tema personale che unisce i vari scenari.

Jordan Peel, grande regista horror, dice una cosa interessante: la differenza tra un film horror e una commedia è la musica, il tono con cui tu scegli di vedere le cose”.

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