Personaggi: Luigi De Laurentiis

Intervista a Luigi De Laurentiis

di Riccardo Zona

 

“ambizione e voglia di fare. due fattori che mi hanno aiutato a essere orgoglioso del mio cognome”.

 

Essere l’erede di un’illustre dinastia di produttori cinematografici ha rappresentato un peso?

Più che di peso parlerei di responsabilità. Mio padre Aurelio è un produttore di successo, mio nonno Luigi è stato un grande del cinema e il mio prozio Dino addirittura una leggenda, per cui raccogliere il loro testimone non è stato semplice. Tutto ciò, però, si è trasformato molto presto in ambizione e in voglia di fare, due fattori che mi hanno aiutato a essere orgoglioso del mio cognome e a dare continuità a una tradizione lunga ottant’anni.

Che rapporto hai con tuo padre, sia dal punto di vista umano che lavorativo?

È un rapporto complesso come penso lo sia qualunque rapporto tra padre e figlio, tanto più nel contesto di grandi aziende in cui opera un imprenditore che si è fatto da sé e attorno al quale gravita tutto: la difficoltà principale, dunque, è consistita per me nell’imparare a lavorare fianco a fianco, anche se in ciò sono stato facilitato dal fatto che su tante cose, a cominciare proprio dal cinema, la mia sensibilità e i miei gusti sono affini a quelli di mio padre.

Qual è, a oggi, il tuo bilancio della vosta collaborazione?

È stata e continua a essere un’esperienza estremamente formativa, un percorso complesso che mi ha insegnato molto, regalandomi entusiasmo e aiutandomi a dare di più. È una sfida che si rinnova ogni giorno e che obbliga a trovare un punto d’incontro anche quando capita di non intendersi alla perfezione. Certo, mano a mano che passano gli anni aumenta il bisogno di crearsi un’autonomia maggiore, e credo sia assolutamente normale, però vivere fino in fondo le tappe del passaggio generazionale è un esercizio preziosissimo, perché si arriva a comprendere come funzioni davvero una macchina lavorativa e quanto sia alto il grado di applicazione che essa richiede.

Qual è il segreto che ti ha permesso di inserirti nell’azienda e di portarne avanti con successo l’attività?

Sono dodici anni da che ho iniziato la mia professione e il segreto, se così lo vogliamo chiamare, è indubbiamente la dedizione. Dall’università sono approdato subito al mondo del lavoro e ho cominciato seguendo tutto ciò che era necessario seguire nel processo produttivo, per poi passare dietro a una scrivania e occuparmi di fasi ancora più delicate che vanno imparate tutte alla perfezione.Al momento l’unico vero successo che ritengo di avere ottenuto è aver garantito all’azienda l’apporto creativo di una nuova generazione, sviluppando idee e visioni appartenenti a una creatività più giovane che finora ha saputo sposarsi bene con l’esperienza di mio padre.

Che consiglio ti senti di dare a un esordiente?

Di essere umile. Si deve partire con l’idea che occorra imparare e conoscere più cose possibile in maniera graduale, senza illudersi di poter procedere a salti. Non si può andare avanti bene se mancano i fondamentali. Poi è indispensabile la determinazione, che dipende in parte dal proprio carattere e in parte dal contesto e dalla famiglia da cui si proviene.

Durante la mostra del cinema di Venezia del 2003 Dino De Laurentiis criticò i registi italiani perché, a suo dire, sono molto attenti alla critica e poco al pubblico, tant’è che lui, dopo l’esperienza negli Usa, voleva tornare in Italia per realizzare pellicole capaci di oltrepassare i confini nazionali. Tu hai la stessa ambizione?

La penso come Dino e allo stesso modo la pensa mio padre. Mi ha fatto piacere che, di recente, si sia imposto un regista e produttore, Gabriele Mainetti, il quale ha sottolineato come il suo “Lo chiamavano Jeeg Robot” avesse tra i principali obiettivi quello di rivolgersi al pubblico. Negli Stati Uniti gli spettatori non vengono mai persi di vista, anche quando un film tratta temi alti e difficili. La mia famiglia si è sempre concentrata sulla commedia, perché ci autofinanziamo e il genere offre maggiori garanzie di rientro economico, però in questo momento, proprio con l’obiettivo di dedicarsi a piattaforme nuove che siano in grado di parlare a tutto il mondo, stiamo sviluppando tre serie televisive non appartenenti al filone comico. Saranno produzioni internazionali che, in due casi, nascono da romanzi di autori italiani.

Com’era la tua vita quando avevi vent’anni?

Nella mia famiglia, per fortuna, nessuno mi ha mai imposto rigide regole borghesi o sovrastrutture di altro tipo. Sono sempre stato libero di essere me stesso e il mio sforzo è stato sempre quello di comunicare ad amici e conoscenti la mia “normalità”.

Se una preoccupazione ho avuto, difatti, è stata quella che le persone, maschi o femmine che fossero, mi avvicinassero in virtù del mio cognome e quindi mi valutassero con parametri diversi da quelli usati nei confronti degli altri, magari partendo da un’iniziale e ingiustificata diffidenza (immaginandomi borioso o scostante) e poi verificando con uno stupore e un’ammirazione esagerati che ero invece una persona tranquilla e affabile.

Oggi sono molto più sicuro di me e vivo la cosa in modo tranquillo. Soprattutto, ho imparato a selezionare le persone e a coltivare gli amici e gli affetti autentici.

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