RITRATTO DI DONNA:”Lavinia Biagiotti”

Una “Premillennial” vestita di passione

 

Lavinia è nata nel 1978; Dunque non fa parte della Generazione “Y”, i cosiddetti Millennials. È nata un anno prima, tra due mondi. Due mondi, mille idee, maniche consumate. Il cognome aiuta? “No – risponde – aiutano l’entusiasmo e la voglia di imparare…”.

“L’abito non fa il monaco” per Lavinia è una bufala con la B maiuscola. “Il medico – dice – lo riconosci solo se indossa il camice, non c’è storia…”.

Già, non c’è storia. Anzi c’è, c’è eccome. C’è la storia di una ragazza, di una donna che mentre nasceva (ottobre 1978), la mamma “sfilava” a Milano. Nascere e crescere tra le luci, le passerelle, la bellezza da inventare, le forme per comunicare, i colori da modellare… Lavinia è nata e cresciuta in un mondo appassionante e difficile. Futuro garantito? No: “Ho imboccato tante strade diverse. La vita di ognuno si costruisce mentre si cammina. Bisogna avere il coraggio di prendere strade diverse…”.

A 18 anni ti iscrivesti a medicina; non mostravi nemmeno troppo entusiasmo per la moda. Poi cos’è successo?

“No, l’entusiasmo, l’interesse c’erano. Sarà anche perché sono nata durante una sfilata; ed è, tra l’altro, lo stesso giorno nel quale tredici anni prima (1965), mia nonna Delia fondò la Casa. Mi sento un ponte tra generazioni: non sono “millennial”, ma quasi. La moda mi interessava eccome: passavo ore, giorni negli atelier, conoscevo ogni aspetto del lavoro, compresi i sacrifici, la fatica, la paura… Ho avuto spesso la sensazione di vivere in un circo: ogni movimento va ponderato, provato. Soprattutto rimboccarsi le maniche, sempre; e le maniche delle mie giacche, delle camicie, sono sempre inevitabilmente consumate…!”

A Lavinia è mancato il padre quando aveva solo 17 anni; la mamma Laura, invece, l’ha lasciata a maggio dell’anno scorso. Quel giorno Lavinia di anni ne aveva trentotto ed era già anima e corpo dentro il suo… circo. Un circo che, nonostante le apparenze, ti porta a sostenere dure prove. L’acrobata si lancia e non sa se sotto ci sarà la rete.

“Ma bisogna buttarsi, rete o non rete – insiste Lavinia –. Per molti sembra un privilegio lavorare in famiglia ma non è così. Soprattutto la famiglia non è l’unico “pianeta” da esplorare. Per vivere ci vuole allenamento; è fondamentale, come le ore di volo per un pilota. La gavetta? Ne ho fatta tanta, ed è stata una benedizione. Essere ‘figlia di’ non basterà mai.”

Moda e non solo: Lavinia si occupa anche di Golf e si è battuta – vincendo – per portare la Ryder Cup del 2022 in Italia nel “suo” campo, il “Marco Simone”.

Una battuta d’arresto, un episodio o un periodo “buio”. Puoi raccontarci qualcosa?

“Le difficoltà ci sono ogni giorno. Ogni giorno mi confronto con un foglio bianco: un foglio su cui disegnare, appuntare idee, soluzioni, proposte. Convincendosi che non si lavora da soli; collaborare, confrontarsi, chiedere pareri e giudizi… Siamo animali sociali, i risultati migliori si raggiungono insieme. Tornando ai momenti bui: quando è mancata mamma mi sono fatta violenza e, il lunedì successivo, ero già in ufficio. È stata dura, ma è giusto così”.

Molti giovani, oggi, non reagiscono agli stimoli, si “siedono” Un consiglio per loro?

“Conosco anche dei quarantenni che non sanno ancora cosa fare della propria vita. Consigli? Niente di nuovo: farsi un curriculum; non puoi, a vent’anni, non avere un curriculum. Leggere, informarsi, studiare le lingue, imparare e ascoltare l’altro, gli altri. Coltivarsi, innaffiarsi ogni giorno”.

Tua madre detestava il “fashion victim” che ha portato in passerella, tra l’altro, le modelle anoressiche al grido di “Il mercato prima di tutto”. Esiste la consapevolezza, nel vostro settore, che certi messaggi possono far male?

“Sono cresciuta negli anni ’90, quelli della Schiffer, di Naomi, di Versace… La bellezza con la B maiuscola che poi, nel decennio successivo, qualcuno ha voluto abbandonare per scegliere altre direzioni. Noi non aderimmo. C’è da dire che come tutte le mode anche questa sta passando, passerà”.

Lavinia Biagiotti, classe 1978, oggi indossa una camicia bianca, vaporosa ma non troppo; un’eleganza che non “grida” ma che comunque parla. “Vestire è comunicare. Debolezza e fragilità possono affrontarsi con un colore, una forma. L’abito va scelto così: per contrastare uno stato d’animo o per ‘raccontare’ la nostra rabbia e i nostri desideri”.

Ci lascia, Lavinia, con un’ultima immagine: quella di Jacqueline Kennedy che cercava di ripulire le sue calze del sangue del marito, assassinato davanti ai suoi occhi. Il dolore e la forza; vestire, vestirsi, colorare il mondo. Quello nostro.

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