ARTE E CULTURA: “Fabio Ferrone Viola”

Fabio Ferrone Viola: una creatività esplosiva

 

Fabio Ferrone Viola, classe 1966, è riuscito a trasformare il processo artistico in un processo catartico. Le difficoltà della vita lo hanno portato a scoprire se stesso, la sua vocazione e totalizzante passione. Dalla moda all’arte per inseguire idee e progetti che scommettano sul futuro, soprattutto quello dell’arte contemporanea in Italia. Non siamo nella Factory di Warhol ma la febbricitante ed elettrica atmosfera che si respira è la stessa: Fabio vive di arte e vuole trasformare il suo spazio in una fabbrica di nuove fusioni tra artisti, collezionisti, critici e curatori. “C’è un grande movimento secondo me –dice – ma di sottobosco. Cercherò di dare a tutto questo più luce possibile creando una vera e propria squadra

 

Partiamo dall’inizio. Dopo aver lavorato nell’azienda di famiglia come designer e responsabile della produzione decidi di abbandonare tutto per l’arte. Come è arrivata questa totale conversione all’arte? É una passione innata o l’hai scoperta nel tempo?

In realtà non è arrivata, esisteva da sempre, era parte della mia identità creativa che già, in parte, emergeva nel mio essere responsabile creativo e della produzione nell’azienda di famiglia. Tutto quello che realizzavo per i miei campionari di moda lo pensavo ed ideavo ispirandomi alle tendenze ma anche alle mie passioni. 

Da piccolo poi sono cresciuto con mia nonna, nella sua sartoria di alta moda in Via Veneto. A scuola invece avevo sempre grandi difficoltà ad inserirmi e quindi mi ritrovavo a sfruttare le mie passioni come rifugio, come anche negli anni più difficili della guerra nel gruppo di famiglia Ferrone; mi rinchiudevo nelle mie passioni. Iniziai così a dipingere e realizzare opere per me stesso. Alcuni amici, vedendole a casa, incuriositi, iniziavano a farmi sempre più domande e arrivai ad esporre le prime e timide opere nel ristorante di un mio amico, vicino piazza Euclide. Contemporaneamente nella moda si iniziava ad avvertire un clima di cambiamento che nel nostro gruppo ha portato ad uno scontro generazionale tra mio padre mio fratello e me. Nell’arco di tre anni c’è stato un naufragio totale, io non mi prendevo con mio fratello… lui tirava da una parte e io dall’altra e dati i continui scontri ho lasciato. Tutta la delusione e dolore che ne sono derivati l’ho incanalati nella pittura, avendo anche sempre più tempo per dipingere. Quindi incanalando la mia sofferenza nell’arte, ho sfruttato le mie capacità creative per soffocare questo stress mostruoso che si era creato prima con il naufragio del marchio poi con la mia uscita dalla moda. Tutto questo stress però iniziava ad aprirmi mille porte. Essendo poi mio padre un grande collezionista e mercante d’arte per me è stato facile avvicinarmi sempre più a questo mondo.

Vieni definito più volte un Green Artist. Perché? Cosa vuoi comunicare con le tue opere?

Come disse Sgarbi una volta, commentando le mie opere, prendo il classico, in questo caso la Pop Art, per svilupparlo con altri strumenti, creando qualcosa di nuovo.

Uso scarti alimentari, packaging di oggetti per mostrare la sensibilità che ho verso l’ambiente e lasciare un messaggio ai giovani. Allo stesso tempo sono cosciente del fatto che un’opera d’arte deve sempre avere la capacità di sorprendere le persone che la guardano, dare un prodotto piacevole, creativo e divertente al pubblico per trasmettere un messaggio che altrimenti non sarebbe funzionale, non arriverebbe. L’opera deve comunque risultare bella ed appetibile. Cercando materiali nuovi, avevo iniziato tagliando delle lattine e la mia sperimentazione e ricerca continua ancora adesso. Sono sempre a caccia di materiali diversi legati allo scarto e al riutilizzo da usare ed adattare ad una visione sempre nuova.

Una critica che rivolgeresti all’approccio che l’Italia ha nei confronti dell’arte contemporanea?

Il problema fondamentale è creare un circuito funzionale per il mercato dell’arte e per gli artisti emergenti. In Italia, per smuovere la situazione, possiamo contare giusto su poche fiere valide e le uniche città abbastanza attive sul fronte artistico sono Milano, Torino e Bologna; il resto tace. Il problema alla base di tutto è il governo che non si impegna ad investire negli artisti e sufficientemente nell’arte in generale, soprattutto ora che i canali per la vendita hanno risentito degli effetti della pandemia. In America esistono sovvenzioni statali per gli artisti, in Italia, invece, si decide di puntare su tutt’altro e così i galleristi, che sono commercianti di base, sono costretti a scappare ed andare in Svizzera, America, o altre città in Europa.

In Italia, purtroppo, la figura dell’artista ancora non è compresa, nessuno lo riesce a prendere sul serio come lavoro o possibile carriera… viene ancora visto come un passatempo. Quindi il primo grande limite è rappresentato proprio dalla forma mentis italiana. 

Il prossimo grande passo?

Sto lavorando ad un’idea, un’iniziativa che vuole smuovere il nostro ambiente artistico. Sto tentando di costruire una nuova piattaforma per l’arte con operatori disponibili a progettare, ideare e movimentare tutto quello che è il sistema romano, sperando poi di allargarmi ad altre città se non all’estero. Una struttura che metta in contatto galleristi, artisti, collezionisti, mediatori e curatori. L’idea soprattutto è quella di far scoprire artisti emergenti grazie a contatti con istituzioni museali o includendoli in progetti di ogni tipo… per le scuole, progetti di marketing, oggettistica, arredamento. Insomma tutto ciò che può girare intorno a un’idea creativa. In America già sono attivi su questo. Come gli stilisti quando hanno messo a frutto la loro creatività, nome nella moda e forza di immagine per collegare circostanze commerciali e creare prodotti di vario genere dai profumi agli accessori agli elementi di arredamento. L’idea quindi è di creare un brand a 360 gradi e venendo dalla moda è una visione che già mi appartiene e che vorrei traslare nell’arte.  

Il tuo sogno nel cassetto?

Da sempre appena potevo fuggivo in America, a New York, soprattutto negli anni in cui lavoravo ancora nella moda. Quando sono lì respiro mentre quando sono qui sono sempre in apnea. Sono due anni che non vado per il Covid e uno dei miei sogni sarebbe proprio aprire uno studio prima a New York e poi a Los Angeles perché sono le due città in cui sento e vivo un’energia particolare.

Cosa consiglieresti ad un giovane artista che decide di lasciare tutto per seguire la propria passione?

Per un artista è fondamentale il concetto di riconoscibilità. Senza questo non ci si può avventurare a fare niente. Io, per esempio, mi rifaccio alla pop americana come scuola ma ho poi il mio personale tratto utilizzando materiali di scarto. Quindi per un artista cambiare stile troppo facilmente non gli permette di creare una sua identità. L’altra parola chiave è “circuito” perché quello sbagliato può far saltare tanti sforzi. Quando sono andato l’ultima volta a Miami ho visto artisti fenomenali gestiti malissimo e penalizzati per questo come, al contrario, artisti mediocri gestiti benissimo. Infine, l’ultima cosa che sento di dire è che bisogna dare tempo alla propria carriera. Non si può avere fretta, bisogna aspettare che le cose arrivino a piccoli passi e accettare il corso del tempo. 

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