ARTE: Cristiano Petrucci

“Cristiano Petrucci: la vita in… palline”

“E la luna è una palla, ed il cielo è un biliardo…” Cantava anni fa Lucio Dalla. Una questione di forme, una similitudine facile facile. Ma se parliamo dell’uomo, della natura, del mistero della vita, delle cellule di cui siamo composti le cose si complicano. Facciamo un riassunto: il mondo in pillole? No, meglio in palline.

Migliaia di palline da ping pong rigorosamente bianche. E il tavolo? E la rete? No, non siamo qui per giocare. Siamo qui, invece, per parlare di noi; noi e il mistero della vita, noi e le nostre cellule, le molecole, gli atomi. Noi come insieme di granelli, di particelle, di minuscole entità che s’incontrano e si scontrano casualmente o volutamente, vai a saperlo.

Granelli che si attraggono o che si respingono, si inseguono a vicenda e – talvolta – tentano di scappare, di non farsi trovare gli uni dagli altri.

Dicendo “noi” non intendiamo solo l’uomo (uomo e donna; leggasi: umanità); intendiamo la Natura tutta, le piante, gli oceani, gli insetti, l’aria… Tutto può scomporsi, tutto può guardarsi come un assembramento di molecole, di atomi. Di palline.

Ci risiamo: palline da ping pong e una sola “racchetta”. No, non è una racchetta, sono le mani – e le idee – di Cristiano Petrucci.

Pittore? Scultore? Diciamo che riveste entrambi i ruoli, anche perché quando intraprese il suo percorso artistico, anni fa, lavorava molto di pennello.

“Niente Accademie, iniziai da autodidatta – mi dice –. Pittura acrilica (mai piaciuta quella ad olio). Genere? Direi transavanguardia, immagini inquiete, tentativi più o meno maldestri di esternare emozioni inconsce, di “raccontare” l’uomo e la donna attraverso un linguaggio più profondo, più intimo e penetrante di quello verbale…”.

Tutto questo, precisiamo, accadeva quando Cristiano aveva 25, 26 anni. Essendo nato nel ’74, il calcolo è presto fatto: siamo a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

“Sì, vent’anni fa – conferma Cristiano –; eravamo nel 2000. Pittura e primi abbozzi di scultura. Mostravo le opere agli amici, ai conoscenti. Un giorno a Campo de’ Fiori qualcuno mi notò, mi convinse a portare i miei “rotoli” nel suo locale e, udite udite, vendetti il primo quadro…!”.

Da cosa nasce cosa, si dice così no? Ora Cristiano non dipinge più; quanto meno non nell’accezione comune del verbo. Non dipinge e forse nemmeno scolpisce, perché le sue installazioni sono difficilmente incasellabili in una categoria definita.

Dal 2014 si esprime così: si esprime con le palline per raccontare un mondo micro e macroscopico. Un lavoro di microbiologia estetica; non siamo noi a dirlo: lo dice, lo ha detto la dottoressa Kruschke, biologa dell’Università di Standford: “Alcuni lavori di Petrucci ricordano le glicoproteine; le piccole sfere, nella loro intrinseca perfezione, sono organizzate come atomi in una struttura di cristalli, come la rappresentazione reale di un grano di polline o una colonia di coralli, creando forme armoniche e ipnotiche. L’artista ci mostra un mondo che può essere visto solo al microscopio…”.

Un microscopio che non ci mostra il particolare, la particella “singolare”. Ci mostra, invece, il mistero della vita, la perfezione (e l’imperfezione) con cui le cellule, gli atomi, i batteri, le muffe, i virus (ahinoi, anche quelli) fanno volare un’ape, muovere un arto, sopprimere un tessuto, allungare un capello…

Cristiano, come sei arrivato a scegliere questo tipo di comunicazione? Cosa vuoi “raccontare”?

“Forse il libro della vita, il più antico che c’è. Attenzione però: l’osservatorio non è, non deve essere antropocentrico. Il mio è un approccio biocentrico: la vita è intesa nel suo significato universale. Vita è la cellula che cresce, che si scinde; vita è il batterio che colonizza e divora l’organismo ospite. Anche l’aria, anche il vento è il risultato dello spostamento di atomi, di materia infinitesimale che decide di… fare una passeggiata”.

Insomma il fascino della scienza, della biologia che, da discipline razionali, tangibili, lasciano ancora immenso spazio al mistero, alla casualità, a giganteschi punti interrogativi. È così?

“In un certo senso è proprio così. L’occhio dello scienziato, con o senza microscopio, dovrà fare sempre i conti con l’imprevedibile, con il colpo di scena. C’è un ordine meticoloso che si fonda, paradossalmente, sul disordine. Lo sa l’artista ma lo sa anche il biologo”.

Quanto tempo impieghi per una singola opera?

“Posso metterci un mese o anche di più. Considera che in una singola opera utilizzo fino a 3500 palline…”.

Palline e poi…?

“Palline e stoppini da golf, bastoncini per le orecchie, cavi elettrici, cavi fibra ottica, led… Ogni mia opera è munita di telecomando; sai perché? Perché il colore non deve essere statico: deve essere programmabile, passare dal buio alla luce, da un tono all’altro. Colore e forma devono muoversi. Devono “respirare””.

Petrucci ha esposto a Milano, a Roma, a Torino, a Taranto, a Orvieto… Le sue opere girano l’Italia e il mondo; il verbo “girare” è il più appropriato: viviamo in un pianeta sferico illuminato da una stella sferica e siamo, tutti, il risultato della somma di milioni di atomi… rotondi.

Siamo tutti dentro; siamo tutti in… partita.

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