L’EDITORIALE DI ARMANDO DE ANGELIS: “Atti osceni in luogo pubblico”

ATTI “OSCENI” IN LUOGO PUBBLICO

Le parole pesano; e sono in grado di manipolare il nostro cervello. Sono le parole, d’altronde, quelle che indicano tutto, che danno un nome ad ogni cosa che ci circonda.

La misura del giusto e del bene non è l’individuo singolo, ma l’intera comunità a cui appartiene. Lo sosteneva Pitagora nel suo relativismo ed intendeva che effettivamente il furto, in quanto atto di appropriarsi di qualcosa che non è nostra, è sbagliato se si vuol vivere in una comunità dove si son create delle regole utili alla convivenza.

Prendiamo il tradimento: nella coppia della società occidentale, il tradimento, si ha quando un uomo ha più di una donna o viceversa. In altre società, come in quella musulmana, un uomo può avere più mogli senza, per questo, commettere tradimento.

“Contro natura”, nel medioevo, era definita una donna che studiava; parimenti contro natura, e qui arriviamo fino alla metà del ‘900, l’idea che un bianco sposasse una nera (o viceversa).

Per la religione cristiana contro natura è avere rapporti sessuali non finalizzati alla procreazione, sostituendo il termine “fornicazione” con “atto impuro”, mentre per la scienza contro natura è obbligare persone che non vogliono procreare ad escludere l’attività sessuale – basilare per la propria salute – sostenendo che, oltre alla funzione procreativa, l’attività sessuale – nel rispetto delle sue diversità – regola anche i ruoli sociali e l’equilibrio biologico che determina un controllo naturale delle nascite.

Tornando al verbo rubare, per Robin Hood era solo una maniera di fare giustizia togliendo ai più ricchi per aiutare i bisognosi. E da questa stessa matrice, per chi non lo sapesse, venne fuori la mafia degli albori, quella rurale.

Oggi noi diciamo spesso “l’ho trovato” invece di “l’ho rubato” anche quando, palesemente, il secondo verbo sarebbe quello giusto.

In un’epoca, la nostra, in cui le droghe leggere sono state legalizzate, lo Stato vende sigarette con scritto a lettere cubitali “IL FUMO UCCIDE” nonostante l’omicidio sia un reato. Quando accendiamo una sigaretta (o uno spinello) non diciamo mai “mi sto avvelenando”; se lo dicessimo, forse, non fumeremmo più…!

Lo stupratore viene definito “mostro” mentre lo spacciatore non ha soprannomi negativi, restando semplicemente “spacciatore”. Eppure lui, come lo stupratore, è consapevole di fare del male (farebbe provare la roba che vende a sua figlia?). Ma nessuno lo chiama mostro e nessuno, cosa ancora più grave, si pone il problema di andarlo a cercare, il mostro. Mostro che ha indotto i nostri figli, i nostri amici, a provare i suoi veleni.

Veleno, non droga: se la chiamassimo così, forse, ne faremmo meno uso; perché “droga” è una parolina che è stata volutamente posizionata affinché dia l’idea di una trasgressione innocua, di un diversivo che ogni tanto ci si può concedere. Insomma “sesso droga e rock and roll”, che c’è di male? E le sigarette? Si chiamano “bionde”, perché dovremmo temerle?

Molti omosessuali o bisessuali non dichiarati sostengono di andare con i “trans” perché questi sono “donne sopra”. Andiamo con i trans perché siamo “eterocuoriosi”: un’ottima definizione, un aggettivo indovinatissimo per chi, ancora, teme il giudizio altrui sul proprio orientamento sessuale; per non parlare della nuova moda definita appositamente “BroJob” – una crasi tra il termine “Bro” (abbreviativo di brother ossia fratello in inglese) e “BlowJob” (termine inglese per definire un rapporto orale) che tradotto vorrebbe indicare il divertimento sessuale tra amici dello stesso sesso definiti “etero”. Una volta appurato che la parola indicasse “sesso tra amici etero dello stesso sesso”,  è nata l’applicazione per etero che fanno sesso tra loro, diffondendosi casualmente moltissimo…

Se basta cambiare una parola per cambiare il senso di ciò che siamo e ciò che facciamo, come si fa a distinguere il bello dal brutto, il male dal bene, il lavoro dall’ozio, la salute dalla malattia, il lungo dal corto, il caldo dal freddo…?

Oltre duemila anni fa un certo Gesù disse che Dio ci ha dotati del buon senso e che per star bene in una comunità (che sia la famiglia, il villaggio, la metropoli o il mondo tutto) basta non fare agli altri ciò che non vorremmo fosse fatto a noi stessi. Se ci pensiamo, in effetti, così è tutto più semplice: nessuno desidera che qualcuno offra droga al proprio figlio. Nessuno chiederebbe di essere derubato e così via. Ora sì che è facile distinguere il bello dal brutto, il male dal bene, il bianco dal nero…

Eccolo il buon senso: se prendiamo ciò che non è nostro stiamo rubando (rubare, non “trovare”), se spacciamo siamo “mostri” se andiamo con i trans o pratichiamo “BroJob” siamo bisessuali o omosessuali. E in quest’ultimo caso, badate bene, non siamo né mostri né ladri. Siamo quello che siamo, punto.

Le maschere di Pirandello: nascondere la nostra identità. Lo facciamo tutti i giorni distorcendo i fatti con parole non appropriate!

Viviamo in una comunità perché ci serve e ci fa comodo ed oltre a trarne tutti i vantaggi dobbiamo cominciare ad usare un’altra parola basilare per noi stessi: “obblighi”. Obblighi nel rispetto delle leggi morali, civili e penali create appositamente per evitare che droghino nostro figlio e ci derubino in casa. Obblighi nella legge che condanna l’omofobia, lo spaccio, lo stupro, il furto l’ingiuria e tutto ciò non ci piacerebbe venisse fatto a noi. Diritti e doveri nel lavoro, nell’amicizia, nell’amore, nella vita sociale e nei confronti del pianeta intero.

“La misura del giusto e del bene non è l’individuo singolo, ma l’intera comunità” Torno all’inizio, torno a Pitagora; che aveva perfettamente ragione.

Diritti e Doveri. Rispetto e buon senso. Ecco, ora decidiamo noi. Siamo noi, e non le parole, i padroni di noi stessi perché tutti siamo d’accordo nel “vietare atti intimi in luogo pubblico”  purché vengano chiamati intimi perché di osceno nel sesso non c’è proprio nulla rispetto invece alle immagini oscene che ci obbligano a vedere pubblicate nei pacchetti di sigarette (immagini fatte stampare, assieme alla scritta “Il fumo uccide”, dagli stessi soggetti che quei pacchetti ce li vendono) e oscene sono le immagini che hanno imposto ai bambini le case di produzione dei giochi elettronici con sparatorie, amputazioni, sangue e cattiveria come fosse ordinaria amministrazione.

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