MUSIC: ” The Weeknd”

The Weeknd: non c’è due senza tre

 

Starboy è il terzo album dell’artista canadase, uscito solo un anno dopo il successo di Beauty Behind the Madness. Sarà all’altezza delle aspettative?

 

Solitamente per un musicista il terzo album è quello più importante, perché se ha successo lo consacra, se è un flop lo spedisce dritto nel reparto offerte dei negozi musicali insieme a musicisti semisconosciuti.

E per The Weeknd questo è un disco ancora più importante: il precedente Beauty Behind the Madness è stato un successo planetario, che ha venduto due milioni di copie fisiche in un periodo in cui anche i discografici fanno passare l’idea che scaricare musica illegalmente sia corretto.

Quindi Starboy deve essere “l’Album” con la A maiuscola di The Weeknd. Si, perché, nonostante il grande successo, The Weeknd è sempre stato in secondo piano, spesso di supporto a star dei grandi numeri come Drake, Beyoncé o Ariana Grande.

Scusate, non ve l’ho ancora presentato col suo vero nome. Si chiama Abel Makkonen Tesfaye, ed è figlio di etiopi emigrati in Canada. E’ cresciuto ascoltando sia l’hip hop che il punk, e questo ha sicuramente determinato le scelte dei suoni nei suoi brani: infatti ascoltando con attenzione il suo primo album, Kiss Land, si trovano molti campionamenti e riferimenti ad altri artisti, anche della scena underground.

Ma veniamo a Starboy. Quest’album prende il nome dalla canzone d’apertura, appunto Starboy, prodotta dai Daft Punk. Parla degli eccessi di una superstar dopo essere arrivato ad altissimi livelli di notorietà ed essere diventato multimilionario. C’è un video del singolo, in cui si vede la contrapposizione tra il The Weeknd di prima, con il taglio di capelli alternativo e in secondo piano, e il nuovo Weeknd, che ha venduto l’anima al “diavolo” della grande industria musicale.

Infatti in questo disco, che è lungo (diciotto canzoni), cerca di strizzare l’occhio a più culture possibili fra quelle in voga. Dal R&B simil-Drake di Reminder (nigga di quà nigga di là) ai suoni alla Disclosure di Rockin’. Addirittura un accenno di pop punk con False Alarm, e in Sidewalks ospita Kendrick Lamar. Insomma, tutto il disco è fruibile, seppur non eccezionale. Non è il disco migliore del 2016. Ma è un buon album. Un buon terzo album.

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