L’EDITORIALE DI ARMANDO DE ANGELIS: “Quando il mostro non deve mostrarsi”

“QUANDO IL MOSTRO NON SI DEVE… MOSTRARE”

 

Luigi Chiatti, noto come il “mostro di Foligno”: condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio di due bambini. Pietro Pacciani, invece, ha lasciato questa terra con il nickname di “mostro di Firenze”; processato e condannato dapprima all’ergastolo (16 omicidi), poi assolto in appello. In seguito la Cassazione annullò la sentenza d’appello ma, prima di celebrare il nuovo processo, Pacciani morì. Poi i “vicemostri”, Vanni e Lotti, “compagni di merende” del defunto Pacciani, e tanti altri.

Uomini “mostrificati” senza appello dalla stampa cartacea e da quella… catodica (Internet, al tempo, era agli albori).

Poi c’è un mostro ancor più mostruoso e assai poco “presunto”: Pablo Escobar detto “Il re della droga”. Morì nel 1993, forse ucciso dalla “legge”, forse suicidandosi.

Una vita immersa nella nebbia del mistero, quella che fa vedere e nasconde. Una figura sospesa tra la criminalità e la politica: in compagnia di tagliagole ma anche a braccetto con i notabili. Sporcarsi le mani di sangue e, con le stesse mani, stringere accordi nei “Palazzi”. Così Escobar sembra un mostro meno mostruoso, fa meno ribrezzo. Anche se… Anche se fece uccidere oltre 4000 persone tra le quali un candidato presidente, più di 200 giudici, decine di poliziotti e decine di giornalisti, 402 persone uccise nei 623 attentati organizzati da El Patrón, i 550 poliziotti assassinati al “costo” di 2 milioni di pesos (poco più di 600 euro), i familiari, le centinaia di ragazzini poveri arruolati come “carne da cannone”.

“Nessuno ricorda le vittime di Escobar. Non si sa nemmeno quante siano in totale” –  disse Mauricio Builes, giornalista e docente all’Università Eafit di Medellín, che ha deciso di recuperarne la memoria.

Chissà perché nessuno ha mai chiamato Escobar “il Mostro di Rionegro”. Su Wikipedia, per esempio, i titoli dei vari paragrafi recitano: “I Primi anni”, “La carriera criminale”, “Il successo”, “La carriera politica”, “La guerra contro lo Stato”

La carriera, il successo… Certo, a leggere bene si capisce (si dovrebbe capire) che comunque, nel film della vita, lui stava dalla parte dei “cattivi”. Si dovrebbe: è qui che “gioca” la comunicazione che, per vendere una copia in più o per riempire un cinema, è disposta a sfumare, a rendere piccole le montagne e immensi i topolini. Il pluriomicida Escobar è entrato anche nelle classifiche della rivista Forbes; quella dei “Paperoni” mondiali (settimo posto).

Se vent’anni fa qualcuno avesse presentato Pacciani come concorrente di un reality; se Chiatti si fosse esibito a Sanremo e fosse stato al centro di dibattiti solo per le sue qualità canore, gli italiani sarebbero saltati sulla sedia. Anche se i morti non erano 4000; anche se Pacciani fu anche assolto in appello e morì prima del secondo processo. Pertanto, fino a prova contraria, fu un mostro presunto.

Quando mi iscrissi al corso di laurea in Scienze della comunicazione mio padre disse scherzando (ma non troppo): “E che mo ce vo’ ‘na scienza per comunicare?”. La risposta è sì. Ma ci sono molti “scienziati” pazzi che cercano di sviare, di condizionare, di far passare un’idea come l’unica giusta.

I “mostri” di Firenze e di Foligno restano nell’immaginario e nella memoria di tutti come mostri (con un totale di morti attribuitigli di 18). Invece chi ha seppellito 4000 persone, chi ha indotto tuo figlio, il mio, a “fumare” prima dei 12 anni per poi passarti una pasticca, poi mille da spacciare altrimenti schiatti… Chi ha fatto tutto questo, chi lo fa ancora (In un rapporto di Meter Onlus sugli Infanticidi, se ne contano 243 negli ultimi dieci anni; i killer, spesso, sono proprio i genitori. In Italia? nel 2017, secondo dati ufficiali della Direzione Centrale Servizi Antidroga, sono stati 294 in un anno i decessi legati agli stupefacenti) “viaggia” su Forbes e riempie i cinema. Eroe negativo? Sì, ma eroe, non mostro. Ancora numeri: secondo il Dipartimento per le Politiche Antidroga presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri sono oltre 32.000 i giovani italiani tra i 15 e 19 anni che dichiarano di aver assunto stupefacenti negli ultimi 12 mesi.

Tutti temiamo uno stupratore, un rapinatore, un serial killer (vero o presunto). E lo spacciatore perché non ci fa tremare? Perché nessuno (o pochi) lo chiama mostro?

Un editoriale poco natalizio; ma ce l’avevo “dentro” da un po’, voleva uscire. Alla fine ho ceduto perché, come “operatore di comunicazione”, voglio che tutti riflettano su come la comunicazione può far danni. Ci vuol poco, per chi è del mestiere, a santificare un mostro o a mostrificare un angelo. E la comunicazione non è solo l’informazione: è anche cinema, teatro, social network e chi più ne ha più ne metta.

L’omicida seriale delle coppiette è un mostro, il venditore di droga che ha mietuto migliaia di vittime direttamente (molte di più indirettamente) passa alla storia come “Il re della droga”. Beh, dobbiamo deciderci a chiamare mostro anche lui. Lui e tutti gli altri “Escobar” nel mondo e in Italia. Tutti questi “signori”, se lo meritano. E la comunicazione, spesso mostruosa, dovrebbe darsi una regolata. Non credo lo farà: non conviene, “vende” meno. E nei secoli dei secoli c’è sempre qualcuno che prova a manipolarla. Come è stato nella prima metà del XX Secolo. E poi anche prima, poi anche dopo.

Anche oggi, anche vicino a noi.

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