PERSONAGGI: “Giovanni Malago’ “

Il Giovanni remoto

 

Remoto, perché capace di guardare lontano e – anche – perché a noi sembra che lui ci sia sempre stato con le sue aziende, i suoi sogni, le sue sfide, le sue sortite nei salotti “bene” della Capitale e non solo. Remoto come il suo cognome, Malagò, che però più che di “passato” sa di presente e soprattutto di futuro, due tempi ordinatamente impilati sulla sua scrivania.

 

Sulla scrivania, in pista o sul un campo dove si gioca il calcio “a 5”, che Giovanni ha praticato a lungo e– tanto per cambiare – vincendo molto: tre scudetti, quattro coppe Italia, una partecipazione ai Mondiali in Brasile…

Dove si comincia a “raccontare” Malagò? Potremmo iniziare dal mattino presto quando lui, in tuta, corre tra i viali dell’Acqua Acetosa e, passando davanti ai blasonati Circoli, risponde con un cenno al saluto degli amici di sempre, quelli della città che conta. Già, i circoli “storici”: potremmo cominciare dal Canottieri Aniene, che Giovanni ha presieduto per vent’anni (1997/2017); qui, tanto per dirne una, si è consacrata Federica Pellegrini. Ci limitiamo a un solo nome, ma di campioni che frequentano o hanno frequentato il Circolo ve ne sono molti altri.

Correre in pista e passeggiare a Villa Borghese; qui tutti, prima o poi, abbiamo gettato l’occhio su quelle vetrine di via Pinciana dove le Ferrari, le Maserati (un tempo anche le Rolls) si lasciano guardare con ammirazione e rispetto. Siamo da Sa.Mo.Car e siamo, di nuovo, in casa Malagò.

Ancora, da dove iniziamo? Dal Malagò imprenditore o dallo sportivo? Lo sportivo in campo o quello seduto alla scrivania di presidente del Coni? O il romanista sfegatato, l’eterno ragazzo in cima alle classifiche del gossip che passa dalla tribuna dell’Olimpico al salotto di casa Agnelli…

Cominciamo da lui, con lui. Prima domanda: imprenditore e figlio di imprenditori. Per qualcuno una strada spianata, un futuro già pronto anche se, spesso, far crescere un’azienda è difficile tanto quanto crearla. Quali le paure, le difficoltà del giovane Malagò?

“È vero, l’azienda “di famiglia” c’era. Più facile? Più difficile? Di facile non c’è niente e io, come tutti, dovevo imparare a crescere. I miei, anzi, avrebbero voluto che facessi il medico. Non è andata così. È andata però che mio padre mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: il senso del dovere. Così mi son rimboccato le maniche per far crescere l’Azienda; un lavoro che all’inizio nemmeno mi piaceva. Poi ho imparato la passione e anche a diversificare, provando a mettere il mio talento in altre attività, altri settori. Dal privato al pubblico: oggi presiedo il Coni e nessuno se lo aspettava, cinque anni fa, che l’avrei spuntata. Così mi sono accorto che anche nel pubblico ho tanto da imparare e soprattutto da dare…”.

La capacità di ascoltare e l’umiltà di seguire un consiglio altrui. Quante volte Malagò ha cambiato idea seguendo il parere di altri?

“Devo essere sincero? Molto raramente. Ascoltare sì, sempre. Ma c’è il fattore tempo: il tempo è sempre troppo poco e quindi fermarsi troppo non si può. Ascoltare, mettersi nei panni altrui è doveroso. Ma le risposte urgono, le decisioni vanno prese in fretta. Dire sì o dire no? Dipende dai casi, ma diciamolo subito”.

Il nostro magazine si rivolge a un pubblico di giovani e giovanissimi, quelli nati nel mondo del “tutto e subito” dove l’attesa e perfino la pigrizia sono diventati valori. Molti si aspettano l’aiuto esterno, l’intervento di un personal trainer, un motivatore… L’autostima, sembra, si può anche comprare. Cosa ne pensa Malagò? Ci può raccontare un episodio in cui ha dovuto tirar fuori tanto coraggio?

“Oggi anche nel mondo dello sport è in gran voga la figura del “mental coach”. E lo sport, si sa, non è solo gioco; è una sfida che va ben oltre i punteggi. Una sfida con sé stessi, un mettersi in discussione. Funziona così anche nella vita. Il coraggio? È fondamentale; per me candidarsi alla presidenza del Coni è stata una scelta più che coraggiosa”.

Un imprenditore “under 30” di cosa deve tener conto per fare strada? Come si impara a gestire una, due, dieci attività?

“Dipende se parliamo di un’azienda già avviata, “di famiglia”, o di una “start-up”. In ogni caso bisogna lavorare sodo e concentrarsi su quella parola benedetta e maledetta: mercato. Collocare un’idea, un prodotto sul mercato; siamo sicuri che funzionerà? Parola d’ordine: concretezza, senso pratico. I piedi ben piantati in terra contano molto più dell’intelligenza. L’azienda cresce perché noi lo vogliamo. L’azienda è una, sempre; se poi diventeranno dieci è perché “dietro” ci siamo noi, la nostra passione”.

Un imprenditore è anche un sognatore, un visionario a tempo pieno. Cosa sogna di fare da grande Giovanni Malagò?

“Sognare è importante. Ambire a un “punteggio” sempre più alto. Se nel salto in alto arrivi a 2,01 e volevi fare 2,10 non ti devi arrendere. Ricominciare subito, centimetro dopo centimetro: 2,01, 2,02 e via saltando. Poi ci sono le battute d’arresto, come è successo a me con le Olimpiadi sfumate a Roma: un’occasione perduta per la città, per l’occupazione, per il rilancio di questa nostra Capitale. Ma fermarsi non si può: si ricomincia a saltare, centimetro dopo centimetro”.

Giovanni Malagò è tutto qui. Tutto qui l’uomo, il padre, l’imprenditore, lo sportivo. L’eterno ragazzo quasi sessantenne di cui tutti parlano e tutti sparlano all’ombra del Cupolone e non solo. Mille aneddoti parlano di lui e a lui sono state attribuite mille “storie” con altrettante donne. Realtà o fantasia? Non sta a noi dirlo. Noi volevamo solo indurlo a “raccontarsi”. Raccontare come si fa a crescere ed arrivare ogni giorno un po’ più lontano, nello spazio e nel tempo. E lui, il Giovanni remoto, ci ha esauditi.

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