STELLE OLIMPICHE: “Margherita Granbassi”

Margherita Granbassi, una vita al “Top”

 

Cresciuta tra maschere e pedane, la schermitrice triestina brilla tra le stelle di Olimpia dal 2008, quando vinse la medaglia di bronzo individuale e a squadre ai Giochi di Pechino. Nel suo palmares due argenti e cinque ori ai Mondiali, dei quali il più importante, forse, resta quello di Torino quando batté in semifinale e finale rispettivamente Giovanna Trillini e Valentina Vezzali.

 

Di Beatrice Gentili

 

Se la forza di volontà e il grande sacrificio di Margherita la proiettavano, pochi anni fa, sempre più in alto, il suo corpo cercava di ribellarsi e spingerla giù, diventando presto il suo nemico numero uno. Ben sette gli infortuni al ginocchio (il primo nel 2001) che, ogni volta, la costringevano a rialzarsi e ripartire da zero. Nella sua vita, nel frattempo, si affaccia la possibilità di intraprendere la carriera giornalistica in tv. Qualcosa che, forse, la genetica aveva già in serbo per lei. E così sport e tv proseguono di pari passo, fin quando nel 2014, a trentaquattro anni, dopo l’ennesimo infortunio Margherita decide di abbandonare il fioretto. Ma come una fenice pronta a rinascere dalle sue ceneri, la bella campionessa l’anno dopo realizza il suo risultato più grande e diventa mamma della splendida Leonor. Oggi l’ex schermitrice continua a sorridere gioiosa alla vita e, attualmente alla conduzione di Top – tutto quanto fa tendenza, in seconda serata su Rai1, si gode il momento mentre, come una vera campionessa, sogna di affrontare nuove sfide.

Sono passati quasi cinque anni dal suo ritiro dalla pedana. Chi è il peggior nemico di uno sportivo, la testa o il corpo?

È una dura lotta. La scherma è uno sport che richiede molte qualità, dalla tecnica alla forza mentale. La mia carriera è stata innegabilmente condizionata più dagli infortuni che dal resto. Con la rottura del tendine rotuleo, mi sono sottoposta ad un trapianto cartilagineo che mi ha tenuta per quattro mesi immobile e per due anni lontana dalla pedana. Ho dovuto imparare un nuovo modo di stare in guardia e di praticare il mio sport, ma sentivo di essere ancora in credito con la scherma.

Una grande forza di volontà…

E pensi che, quando è iniziata la mia carriera, l’aspetto psicologico sembrava il mio nemico più grande. Alcuni lati del mio carattere non mi aiutavano ad esprimermi al meglio sulla pedana. Sono sempre stata una bambina, prima ancora che una donna, con poca cattiveria agonistica, ero insicura, mi mettevo sempre in dubbio e mi mancava quella parte di competitività che può fare la differenza. La mia spiccata sensibilità, poi, non mi aiutava a non lasciarmi influenzare da ciò che accadeva fuori dalla palestra tra le compagne o nella sfera privata. Ho dovuto lavorare duro per imparare ad indossare uno scudo e superare i miei limiti.

Ha qualche rimpianto?

Dire di no, ho lasciato il passato alle spalle. Per tanti anni la cosa più difficile da mandare giù è stata l’Olimpiade di Atene, dove ci negarono di prendere parte alla gara a squadre. Mi sono domandata per tanti anni come sarebbe potuta andare, ma ormai l’ho superata (sorride, ndr)

Chi resta la sua più acerrima nemica e il suo ideale sportivo?

Colei per cui ho fatto di più il tifo, prima di trovarla di fronte a me all’Olimpiade di Pechino, è stata Giovanna Trillini. Il suo modo di fare schema era esaltante. Si può dire che sia stata la prima donna ad avvicinarsi come movenze a quelle degli uomini. Ricordo ancora quando da piccolissima mi feci fare il suo autografo. Un po’ tutta la sua generazione è stata per me di grande ispirazione. Dopo di loro è arrivata la più grande: Valentina (Vezzali, ndr). L’avversaria con la A maiuscola per tutte. Era capace di sfidarti persino sul campo d’atletica, perché aveva la competizione nel sangue. Una lavoratrice indefessa e una professionista; probabilmente quella che vanta i maggiori tentativi di imitazione da parte degli altri atleti, che non sono mai riusciti a emularla. Nella scherma il tempo è un elemento essenziale e Valentina riusciva a coglierti alla sprovvista.

Prima di diventare la grande atleta che è stata, cosa sognava di diventare da bambina?

Quando qualcuno mi chiedeva cosa volessi fare da grande, rispondevo la giornalista. Mio nonno era a capo del giornale “Mastro Remo” e mio zio caporedattore al “Piccolo”. La scherma e le Olimpiadi si sono fatte spazio tra i miei pensieri più tardi (sorride, ndr).

Non a caso, quasi come un disegno del destino, è iniziata la sua carriera giornalistica. Dopo tanti successi anche in questo settore, oggi quale proposta le piacerebbe arrivasse sul suo tavolo?

Sono molto felice di quello che ho fatto e faccio tuttora. Certo, potendo immaginare un programma cucito su di me, mi piacerebbe portare avanti una trasmissione sportiva con un format nuovo. Sarebbe bello poter dare importanza agli atleti che hanno portato alto il nome del nostro Paese. Vorrei poter raccontare alle persone l’entusiasmo che si prova a gareggiare ad alti livelli, la passione, così da educare anche le nuove generazioni. Per tanto tempo ho avuto paura di riavvicinarmi al mondo sportivo: temevo l’effetto nostalgia. Ma dopo aver fatto la telecronaca dei campionati del mondo, che mi hanno fatto vivere delle emozioni che non immaginavo, ho trovato una nuova energia.

La sua domenica in casa è con la tv sintonizzata sulle gare?

(Ride, ndr) No, a dire il vero lo sport mi è sempre piaciuto più farlo che guardarlo.

Nel 2015 è nata Leonor… Che mamma è Margherita Granbassi?

Una madre che si mette in discussione, ma che proprio per questo cerca sempre soluzioni alternative. Mi piace l’idea di crescere mia figlia libera. Vorrei che vivesse con la certezza di poter essere ciò che vuole, senza sentirsi mai uno strumento della mia felicità.

Le avrà trasferito la sua stessa stoffa?

Spero molta di più! (ride, ndr). Di sicuro è più competitiva di sua mamma. Le piace muoversi, è dinamica. Su questo sono stata una madre incentivante: l’ho sempre spronata a non stare sul divano davanti alla tv. Leonor è il mio traguardo più importante.

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