MUSICA : “David Bowie”

DI GIACOMO RUBEN MARTINI

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Il 10 gennaio ci ha lasciato uno degli artisti più importanti della musica moderna, poco dopo aver pubblicato il suo testamento artistico, “Blackstar”.

 

Non basterebbe l’intera rivista per parlare della straordinaria vita di David Bowie, dei suoi meravigliosi alter ego (da Ziggy Stardust al Duca Bianco), di come abbia raccontato, sfidandola col suo sfacciato anticonformismo, la società degli ultimi cinquant’anni (dalla conquista dello spazio ai muri che divisero il mondo durante la Guerra fredda, per fare solo un paio di esempi). Mi accontenterò di parlarvi brevemente di quella che potrebbe essere la sua più grande opera.

Era il 2014 e David Bowie, dopo aver pubblicato l’anno prima “The Next Day”, il suo ventiquattresimo album, aveva cominciato a scrivere per un nuovo progetto, quando gli fu diagnosticato un cancro. Informati i familiari e gli amici più stretti, cominciò a lavorare alla realizzazione del suo ultimo saluto, in grande stile: “Blackstar”, pubblicato l’8 gennaio di quest’anno, giusto due giorni prima di morire. “Blackstar”, la prima delle sette tracce, dà il nome all’album ed è la più estrema: quasi dieci minuti. È stato registrato anche un video di questa canzone, molto cupo: andate a vederlo. La sezione ritmica è caratterizzata da una drum machine, che accompagna canti gregoriani. Ci sono più cambi di tempo e un assolo di sassofono, lo strumento che ritorna in tutti i brani dell’album. L’atmosfera è molto cupa e il testo parla dell’esecuzione di una persona: non è ancora ben chiaro se sia un riferimento all’Isis né David Bowie potrà smentirlo. “Lazarus”, dal titolo, suggerisce l’intento dell’opera. Proprio come Lazzaro, anche David Bowie resuscita per diventare immortale. Il testo parla da sé: “Guardate, sono in paradiso. (…) Tutti mi conoscono, adesso”. “Lazarus” è anche il titolo del musical scritto da David Bowie e dall’autore irlandese Enda Walsh, portato in scena a Broadway nel dicembre del 2015, un mese prima che Bowie morisse. Capita molto spesso di piangere la scomparsa di un artista che muore all’improvviso, e spesso la morte è seguita da una raccolta postuma di inediti, o da un lavoro mai completato. Ma non credo di aver mai sentito che si verificasse il contrario: comunque fosse morto, David Bowie sarebbe rimasto impresso alle generazioni future come icona e come genio musicale. La sua musica sarebbe stata immortale a prescindere, a partire da classici come “Space Oddity”, “Heroes”, “Life on Mars” e “Changes” (anche qui, cito solo una piccola selezione). Ma trasformando la sua morte in un’opera d’arte si è superato. “Blackstar” è stato il suo funerale, un regalo prima di partire. Così è riuscito a spiazzarci per l’ultima volta. Ma ho un dubbio assai inquietante: che prima o poi ci stupisca nuovamente.

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